Settembre rappresenta ogni anno un’occasione importante per riportare al centro del dibattito pubblico il tema della prevenzione del suicidio e, più in generale, della salute mentale.
Un tema che riguarda l’intera società ma che assume un significato particolare quando si parla di adolescenti e giovani adulti.
Dietro un sorriso, una fotografia condivisa sui social, una giornata trascorsa a scuola o all’università, può esistere infatti una storia che gli altri non riescono a vedere. Solitudine, ansia, paura del futuro, difficoltà familiari, pressione scolastica, precarietà economica, isolamento sociale e difficoltà relazionali possono convivere con una quotidianità apparentemente normale.
Per questo parlare di salute mentale significa, prima di tutto, imparare a guardare oltre ciò che appare.
Una generazione chiamata ad affrontare nuove fragilità
Essere giovani oggi significa crescere all’interno di una società caratterizzata da possibilità enormi, ma anche da cambiamenti estremamente rapidi.
La trasformazione digitale, l’esposizione continua ai social network, la pressione verso la performance, l’incertezza economica e lavorativa, le conseguenze della pandemia, le guerre, le crisi ambientali e una generale percezione di instabilità stanno modificando profondamente il modo in cui adolescenti e giovani costruiscono la propria identità e immaginano il futuro.
Non si tratta di individuare una sola causa né di rappresentare un’intera generazione come fragile. Significa piuttosto riconoscere che il benessere psicologico nasce dall’interazione tra la persona e l’ambiente nel quale vive.
Famiglia, scuola, università, lavoro, relazioni, comunità e ambiente digitale possono diventare fattori di protezione oppure, quando vengono meno sostegno e ascolto, contribuire ad aumentare situazioni di disagio.
I dati internazionali confermano la necessità di prestare maggiore attenzione al fenomeno. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella Regione europea circa un bambino o adolescente su sette vive con una condizione di salute mentale. L’OMS segnala inoltre che il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte tra i giovani e sottolinea quanto sia determinante intervenire precocemente.
L’Europa davanti a una nuova responsabilità
La salute mentale dei giovani non può più essere considerata esclusivamente una questione sanitaria.
È anche una questione educativa, sociale e culturale.
Una recente analisi dell’OMS Europa, condotta sulla popolazione adolescente di numerosi Paesi, ha evidenziato una crescita della pressione percepita in ambito scolastico e una riduzione del sostegno familiare dichiarato da una parte dei ragazzi, con differenze significative anche legate al genere e alla condizione socioeconomica.
Sono segnali che impongono di ampliare la prospettiva.
Prevenire significa certamente garantire servizi psicologici e sanitari accessibili, ma significa anche costruire ambienti nei quali un ragazzo possa sentirsi ascoltato prima che una difficoltà diventi una crisi.
- Significa educare alle emozioni.
- Significa contrastare bullismo e cyberbullismo.
- Significa lavorare sulla solitudine.
- Significa costruire relazioni positive nei luoghi nei quali i giovani trascorrono gran parte della propria giornata.
- E significa anche imparare a riconoscere che chiedere aiuto non rappresenta una debolezza.
Anche in Italia serve una rete più vicina ai giovani
In Italia la crescente attenzione nei confronti del benessere psicologico degli adolescenti sta progressivamente portando istituzioni, organizzazioni e servizi a interrogarsi su nuovi modelli di intervento.
Negli ultimi anni sono state sviluppate anche iniziative nazionali ed europee finalizzate a migliorare l’accessibilità dei servizi di salute mentale e di supporto psicosociale dedicati agli adolescenti, con un’attenzione particolare alla capacità dei diversi soggetti del territorio di lavorare insieme.
Ed è proprio questo uno degli aspetti decisivi.
Nessuna istituzione può affrontare da sola il disagio giovanile.
Serve una comunità educante capace di mettere in relazione famiglie, scuole, università, servizi sanitari, associazioni, enti del Terzo Settore, amministrazioni pubbliche, organizzazioni sportive e luoghi di aggregazione.
La prevenzione nasce anche nelle piccole cose: nella capacità di un insegnante di accorgersi di un cambiamento, nella disponibilità di un genitore ad ascoltare senza giudicare, nella sensibilità di un amico che decide di fare una domanda in più, nella presenza di servizi facilmente raggiungibili e nella possibilità, per un giovane, di trovare uno spazio sicuro nel quale parlare.
Ascoltare senza giudicare
Uno degli strumenti più importanti rimane l’ascolto.
Non sempre chi attraversa una fase difficile riesce a raccontarla apertamente. Talvolta prevalgono la paura di essere giudicati, la vergogna, la convinzione di dover affrontare tutto da soli o semplicemente l’impossibilità di trovare le parole giuste.
Creare una cultura dell’ascolto significa quindi costruire luoghi nei quali sia possibile dire “non sto bene” senza sentirsi sbagliati.
Significa evitare risposte superficiali, minimizzazioni o confronti con le difficoltà degli altri.
Ascoltare non significa necessariamente possedere immediatamente una soluzione. A volte significa semplicemente esserci, riconoscere la difficoltà dell’altra persona e accompagnarla verso chi possiede le competenze professionali necessarie per aiutarla.
Dal mese della prevenzione a un impegno che dura tutto l’anno
Settembre può essere un momento simbolico per parlare di prevenzione, ma la salute mentale non può diventare argomento di discussione soltanto durante una ricorrenza.
La vera sfida è trasformare l’attenzione in politiche, servizi, educazione e relazioni quotidiane.
Occorre promuovere una maggiore alfabetizzazione sulla salute mentale nelle scuole, potenziare i servizi territoriali, garantire punti di ascolto accessibili, formare educatori e operatori e coinvolgere direttamente ragazzi e ragazze nella progettazione degli interventi che li riguardano.
L’OMS sottolinea infatti l’importanza dell’intervento precoce e della partecipazione dei giovani nella costruzione dei servizi dedicati alla loro salute mentale.
Ma soprattutto dobbiamo ricostruire una cultura della connessione umana.
- Chiedere a qualcuno come sta.
- Fermarsi ad ascoltare la risposta.
- Accorgersi di chi tende a isolarsi.
- Non giudicare.
- Incoraggiare la richiesta di un aiuto professionale quando necessario.
Sono azioni apparentemente semplici, ma possono contribuire alla costruzione di comunità nelle quali nessuno debba sentirsi costretto ad affrontare da solo un momento di profonda difficoltà.
Perché la salute mentale dei giovani non riguarda soltanto i giovani.
Riguarda il tipo di società che stiamo costruendo e la nostra capacità di prenderci cura gli uni degli altri.
Parlarne è importante. Ascoltare è fondamentale. Costruire reti capaci di intervenire prima che il disagio diventi emergenza è una responsabilità collettiva.
E questa responsabilità non può esaurirsi a settembre: deve accompagnarci durante tutto l’anno.
Dalla consapevolezza alla formazione: l’impegno di Stella Marina APS
È proprio all’interno di questa visione che si inserisce l’impegno di Stella Marina APS, da anni attiva nel lavoro con i giovani, nella progettazione europea, nell’inclusione e nella costruzione di percorsi capaci di rafforzare le competenze di chi opera quotidianamente nei contesti educativi e sociali.
Occuparsi di benessere giovanile, infatti, non significa soltanto realizzare attività rivolte direttamente a ragazzi e ragazze. Significa anche investire nella preparazione di operatori, volontari, trainer, educatori e youth worker, affinché possano riconoscere situazioni di fragilità, creare ambienti più sicuri e inclusivi e comprendere correttamente il proprio ruolo quando si trovano davanti a una persona in difficoltà.
In questa direzione si colloca il Train The Trainer 2, percorso formativo internazionale realizzato nell’ambito del progetto europeo EYES – Youth Well-Being & Mental Health, al quale Stella Marina APS partecipa insieme agli altri partner internazionali del progetto.
Il corso, completamente online e tenuto da esperti e trainer internazionali, è specificamente rivolto agli operatori che lavorano con i giovani e consente ai partecipanti, al completamento dell’intero percorso e delle attività previste, di ottenere il relativo certificato di completamento nell’ambito del progetto europeo.
Non si tratta di formare terapeuti né di attribuire agli operatori competenze cliniche che appartengono esclusivamente ai professionisti della salute mentale. Al contrario, uno degli elementi fondamentali del percorso è proprio quello di imparare a riconoscere i confini del proprio ruolo, acquisendo capacità di osservazione, primo supporto e orientamento verso servizi professionali quando la situazione lo richiede.
Comprendere le nuove forme del disagio giovanile
Una parte significativa della formazione riguarda fenomeni che stanno assumendo un peso sempre maggiore nella quotidianità delle nuove generazioni.
L’iperconnessione digitale, la FOMO – Fear of Missing Out, il confronto continuo attraverso i social network e l’ansia legata al futuro possono incidere profondamente sulla percezione che i giovani hanno di sé stessi, delle proprie relazioni e delle proprie possibilità.
Il corso aiuta gli operatori a comprendere questi fenomeni e a riconoscere i primi segnali di disagio psicologico che possono emergere tanto nelle attività educative in presenza quanto nei progetti e negli incontri realizzati online.
Significa imparare a osservare senza etichettare.
Comprendere senza improvvisare diagnosi.
Sapere quando ascoltare e, soprattutto, quando è necessario coinvolgere figure professionali specializzate.
Prendersi cura dei giovani significa anche prendersi cura di chi li accompagna
Il Train The Trainer 2 affronta inoltre un aspetto spesso sottovalutato: il benessere degli stessi operatori.
Lavorare quotidianamente con persone, fragilità, storie difficili e situazioni emotivamente complesse può generare un carico significativo anche per educatori, trainer e volontari.
Per questo il percorso insegna a distinguere fenomeni quali burnout e compassion fatigue, aiutando ogni partecipante a costruire strategie personali di self-care e a sviluppare confini personali e professionali più sani.
Anche imparare a dire “no”, quando necessario, diventa quindi una competenza professionale.
Prendersi cura di sé non rappresenta una sottrazione di attenzione agli altri, ma una delle condizioni necessarie per riuscire ad accompagnarli in maniera equilibrata e sostenibile nel tempo.
Costruire spazi psicologicamente sicuri
Un’altra dimensione centrale riguarda la gestione dei gruppi.
Non tutti i giovani partecipano nello stesso modo. Alcuni prendono immediatamente la parola, altri rimangono in silenzio. Alcuni riescono facilmente a costruire relazioni, altri possono sentirsi esclusi, insicuri o semplicemente aver bisogno di tempi differenti.
La formazione affronta quindi tecniche di facilitazione calma e inclusiva, dinamiche di gruppo, sovraccarico cognitivo e cicli di energia dei partecipanti, fornendo strumenti per comprendere ciò che accade all’interno di un gruppo anche quando non viene espresso verbalmente.
Attraverso l’osservazione e quella che il percorso definisce “invisible facilitation”, gli operatori imparano a leggere meglio le dinamiche relazionali e a costruire spazi nei quali anche le persone più introverse, silenziose o a rischio di esclusione possano sentirsi riconosciute e coinvolte.
Saper riconoscere una situazione di crisi
Un’attenzione particolare viene dedicata anche alla capacità di riconoscere alcuni segnali che possono indicare una situazione di maggiore difficoltà, come attacchi di panico o episodi di dissociazione.
In questi casi il corso introduce l’approccio di Primo Soccorso Psicologico “Look – Listen – Link”: osservare, ascoltare e mettere in collegamento la persona con le risorse e i servizi adeguati.
Un principio accompagna tutto il percorso ed è fondamentale ribadirlo:
il trainer non è un terapeuta.
L’obiettivo non è sostituirsi agli psicologi, ai medici o ai servizi specialistici, ma consentire a chi lavora con i giovani di riconoscere una possibile situazione critica, mantenere un comportamento appropriato e facilitare l’accesso al supporto professionale necessario.
È una distinzione fondamentale per tutelare contemporaneamente il giovane e l’operatore.
Un percorso internazionale, pratico e completamente online
Il Train The Trainer 2 è strutturato come un vero percorso di apprendimento e non come una semplice sequenza di lezioni teoriche.
La formazione comprende sei moduli video fruibili autonomamente, suddivisi in sezioni brevi, accompagnati da presentazioni, materiali informativi, learning outcomes, script completi, momenti di riflessione e attività pratiche.
Tra le esercitazioni previste vi sono la costruzione di una propria Self-Care Recipe, un piano per il recupero dell’energia di un gruppo, una Crisis First Aid Card, una checklist per la realizzazione di spazi inclusivi e un piano di sostenibilità del benessere della durata di 12 mesi da applicare nei progetti rivolti ai giovani.
Ai moduli asincroni si aggiungono due incontri live su Zoom con il trainer internazionale: il primo dedicato all’avvio del percorso, previsto il 25 settembre 2026, e quello conclusivo dell’8 ottobre 2026.
Per completare la formazione i partecipanti devono seguire progressivamente tutte le sessioni, svolgere le attività e le riflessioni previste, partecipare agli incontri live e completare la valutazione finale.
Formare chi lavora con i giovani per costruire comunità più consapevoli
È questa la prospettiva attraverso la quale Stella Marina APS interpreta il proprio impegno all’interno di EYES.
Non soltanto parlare di salute mentale, ma costruire competenze.
Non soltanto sensibilizzare sul disagio, ma offrire agli operatori strumenti per riconoscerlo.
Non soltanto intervenire nel momento della difficoltà, ma lavorare affinché i contesti educativi, formativi e associativi diventino progressivamente più inclusivi, attenti e capaci di ascolto.
La formazione degli operatori e dei volontari rappresenta, da questo punto di vista, un investimento che produce un effetto moltiplicatore: ogni competenza acquisita può infatti essere trasferita nei gruppi, nelle attività, nei progetti e nelle comunità nelle quali ciascun partecipante opera.
Ed è proprio questa la sfida posta dalla condizione giovanile contemporanea.
Costruire intorno ai ragazzi una rete di adulti e coetanei più consapevoli, preparati ad ascoltare, capaci di riconoscere i segnali di difficoltà e sufficientemente responsabili da sapere quando è necessario chiedere l’intervento di un professionista.
Perché prevenzione, benessere e inclusione non nascono da una singola iniziativa.
Nascono dalla qualità delle relazioni, dalla preparazione delle persone e dalla capacità delle comunità di non lasciare nessuno solo.
