Otto Paesi, due continenti, esperienze profondamente diverse e una domanda comune: può la Social and Solidarity Economy diventare non soltanto uno spazio di inclusione e partecipazione, ma una vera forza economica capace di produrre cambiamento, lavoro e sviluppo sostenibile?
È intorno a questa domanda che si è sviluppata la Sessione 12 delle Virtual Exchanges del progetto EYES – Empowering Youth, finanziato nell’ambito del programma Erasmus+ Virtual Exchanges, di cui Stella Marina APS è partner italiano.
È stata una sessione particolarmente intensa, che ha riunito giovani, youth worker, organizzazioni della società civile e rappresentanti istituzionali provenienti da Italia, Spagna, Grecia, Turchia, Camerun, Gabon, Ghana e Nigeria: otto Paesi che portano dentro EYES contesti economici, culturali e istituzionali profondamente differenti.
Ed è proprio questa diversità ad aver trasformato il confronto sulla Social and Solidarity Economy (SSE) e sulla Social Entrepreneurship in qualcosa di più di un semplice incontro formativo: è diventato un vero e proprio confronto sul modello di sviluppo che vogliamo costruire.
Quando le istituzioni non parlano ai giovani, ma con i giovani
Uno degli elementi più significativi della Sessione 12 è arrivato dal Camerun, dove ai lavori ha partecipato il Divisional Delegate for Youth and Civic Education of Wouri.
Non si è trattato di una presenza puramente istituzionale: il Delegato ha scelto di rimanere al tavolo, ascoltare le esperienze, porre domande e confrontarsi direttamente con i partecipanti. Un passaggio apparentemente piccolo, ma che in realtà modifica completamente la prospettiva, perché i giovani non hanno discusso delle istituzioni: hanno discusso con le istituzioni.
Le domande poste dalla delegazione camerunense sono andate direttamente al cuore della questione: che cosa significa realmente Social and Solidarity Economy?
Come si sta sviluppando in Camerun? Come viene interpretata negli altri Paesi? Quali ostacoli impediscono alle iniziative nate dal basso di crescere e diventare organizzazioni economicamente sostenibili? Domande semplici solo in apparenza, perché dietro ciascuna di esse emerge il grande interrogativo che ha attraversato l’intera Sessione 12: come trasformare l’energia sociale in capacità economica?
Due continenti, una stessa aspirazione, problemi differenti
Il confronto internazionale ha mostrato con chiarezza come non esista, in realtà, un’unica Social and Solidarity Economy, ma piuttosto ecosistemi profondamente differenti tra loro.
Nei Paesi europei coinvolti nel progetto — Italia, Spagna, Grecia e Turchia — il tema dell’economia sociale si confronta generalmente con sistemi normativi e istituzionali più strutturati: strumenti finanziari, programmi pubblici, fondi europei, cooperative, imprese sociali e organizzazioni del Terzo Settore.
Nei Paesi africani partecipanti — Camerun, Gabon, Ghana e Nigeria — il rapporto tra economia formale, economia informale, comunità e iniziativa individuale presenta invece caratteristiche molto diverse e, in molti casi, sfide ancora più profonde.
Il caso camerunense discusso durante la sessione è stato particolarmente significativo: secondo i dati presentati, l’86,6% dell’occupazione camerunense appartiene al settore informale, mentre soltanto il 5,1% è riconducibile al settore privato formale.
Un dato che cambia radicalmente la prospettiva, perché parlare di economia sociale in un contesto simile non può limitarsi all’analisi delle organizzazioni formalmente costituite.
L’economia informale non rappresenta semplicemente la periferia del sistema: ne è una parte sostanziale, spesso la parte prevalente. Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti dell’intero dibattito.
Les Dignes Femmes de Mboppi: quando la fiducia crea economia
Durante la Sessione 12 è stata raccontata l’esperienza di “Les Dignes Femmes de Mboppi”, un gruppo di risparmio attivo a Douala i cui numeri sono a dir poco sorprendenti: undici anni di attività ininterrotta, 198 milioni di franchi CFA movimentati, nessuna insolvenza, nessun contratto scritto. Alla base del sistema troviamo qualcosa di antichissimo e allo stesso tempo potentissimo: la fiducia. È probabilmente la forma più autentica di Social and Solidarity Economy che si possa immaginare.
Ma è proprio questa esperienza a permettere di comprendere anche il limite che si manifesta quando un’organizzazione informale tenta di crescere.
Senza un conto bancario, senza una struttura giuridica adeguata e senza determinati strumenti amministrativi, diventa estremamente difficile accedere al credito, stipulare contratti, partecipare a opportunità istituzionali o costruire partnership più ampie. Da qui emerge una delle conclusioni più importanti dell’intera giornata: il problema non è soltanto aiutare i giovani a iniziare, ma permettere loro di crescere.
La riflessione del Team Italia: fermiamoci sulla “E”
Il contributo italiano alla discussione ha provato a spingere il ragionamento ancora più in profondità, soffermandosi su una lettera apparentemente semplice: la E. La E di Economy, ma anche la E di Entrepreneurship. Proprio questa lettera rischia talvolta di diventare la parte meno approfondita quando si parla di Social and Solidarity Economy: siamo abituati a concentrare l’attenzione sulle parole Social e Solidarity, parole importanti, identitarie, indispensabili. Ma senza quella E rischiamo di costruire iniziative socialmente bellissime e allo stesso tempo incapaci di sopravvivere.
L’economia sociale non può essere confusa con un’economia della charity, né può essere semplicemente l’economia delle buone intenzioni. E non dovrebbe nemmeno diventare un sistema permanentemente dipendente da contributi, finanziamenti pubblici o programmi temporanei. La solidarietà può essere il punto di partenza, ma non può essere l’unico modello economico.
Essere piccoli non è automaticamente una virtù
Esiste inoltre una narrazione molto diffusa nel mondo dell’innovazione sociale, secondo cui tante piccole iniziative, sommate tra loro, produrrebbero automaticamente un grande cambiamento. È una visione affascinante, ma che merita di essere discussa con spirito critico, perché essere piccoli non significa necessariamente essere sostenibili, ed essere locali non significa automaticamente generare impatto. Moltiplicare centinaia di microiniziative incapaci di crescere può significare, paradossalmente, moltiplicare anche fragilità, dipendenza e dispersione delle risorse.
“Piccolo” non può diventare un alibi per evitare il tema della crescita. Una buona iniziativa sociale dovrebbe poter aspirare a diventare grande: dovrebbe poter replicare il proprio modello, creare occupazione, attrarre investimenti, costruire reti, misurare i risultati prodotti e, quando il modello funziona davvero, avere il coraggio di parlare apertamente di scalabilità. Perché un’innovazione sociale che funziona per cinquanta persone potrebbe funzionare per cinquecento — e forse per cinquemila.
Dalle buone intenzioni alla cultura dell’impatto
Questo è probabilmente uno dei punti sui quali l’esperienza europea può offrire oggi una riflessione importante. Negli ultimi decenni abbiamo costruito moltissimi progetti sociali: alcuni straordinari, altri diventati quelle che potremmo definire, provocatoriamente, “cattedrali sociali nel deserto“. Progetti finanziati, avviati, inaugurati, comunicati — e poi progressivamente scomparsi nel momento in cui è terminato il finanziamento che li sosteneva. Non necessariamente perché l’idea fosse sbagliata, ma spesso perché mancava un modello capace di garantire continuità.
Ed è qui che diventa necessario distinguere due concetti che troppo spesso vengono utilizzati come sinonimi: finanziare un progetto non significa renderlo sostenibile. Il finanziamento dovrebbe permettere di sperimentare, costruire, validare e accelerare, ma un’iniziativa di economia sociale matura dovrebbe progressivamente essere capace di costruire un proprio equilibrio — economico, organizzativo, legale, professionale e sociale.
L’impatto deve poter essere dimostrato
Anche la parola “impatto” merita maggiore rigore.
Non possiamo definire impatto qualsiasi attività realizzata: organizzare cento incontri non significa necessariamente aver prodotto un cambiamento, formare mille persone non significa automaticamente aver migliorato la loro condizione, creare un’impresa sociale non significa necessariamente aver costruito un’impresa sostenibile. Dobbiamo progressivamente imparare a chiederci: che cosa è realmente cambiato?
Quanti posti di lavoro sono stati creati? Quante persone hanno migliorato stabilmente la propria condizione? Quanto valore economico è stato generato nel territorio, e quanta parte di quel valore è rimasta nella comunità? Quanto è durato il cambiamento — l’iniziativa continua a esistere dopo la conclusione del finanziamento? Il modello può essere replicato? Può crescere?
Sono domande più difficili delle solite, certo. Ma sono esattamente le domande che trasformano una buona iniziativa in una politica di sviluppo.
Economia, società e politica: tre dimensioni dello stesso cambiamento
La Social and Solidarity Economy può quindi diventare molto più di uno strumento di inclusione: può rappresentare un laboratorio nel quale ripensare contemporaneamente economia, società e politica.
È economica, perché deve creare valore, reddito, occupazione e capacità produttiva. È sociale, perché quel valore deve contribuire a ridurre le disuguaglianze, costruire comunità, includere le persone e rispondere a bisogni collettivi. Ed è politica, perché quando una comunità diventa capace di organizzarsi economicamente cambia inevitabilmente anche il proprio rapporto con le istituzioni, con il territorio e con i processi decisionali.
È forse questa la prospettiva più interessante emersa dalla Sessione 12: non costruire un’economia “per i fragili”, ma costruire sistemi economici nei quali le comunità possano diventare protagoniste dello sviluppo.
Europa e Africa: non insegnare, ma imparare reciprocamente
Il confronto tra le delegazioni EYES ha inoltre mostrato quanto sarebbe sbagliato leggere il rapporto tra Europa e Africa secondo una logica unidirezionale.
L’Europa può certamente condividere esperienze relative a regolamentazione, strumenti finanziari, governance, misurazione dell’impatto e strutturazione organizzativa. Ma le esperienze africane portano al tavolo qualcosa di altrettanto prezioso: capacità di costruire reti comunitarie, fiducia, resilienza, soluzioni nate direttamente dai bisogni, sistemi informali capaci talvolta di funzionare per anni senza la complessità amministrativa che caratterizza molte organizzazioni europee.
L’esempio delle donne di Mboppi è, in questo senso, emblematico. Forse il futuro della Social and Solidarity Economy nascerà proprio dalla capacità di mettere insieme queste due dimensioni: la forza della comunità e la solidità dell’organizzazione, la fiducia e le regole, la solidarietà e l’impresa, la partecipazione e il management, l’impatto sociale e la sostenibilità economica.
I giovani non chiedono soltanto assistenza. Chiedono spazio.
Uno dei messaggi più forti emersi dal confronto internazionale si può sintetizzare in una frase: i giovani non vogliono essere considerati semplicemente beneficiari delle politiche, vogliono esserne protagonisti. Creano associazioni, costruiscono cooperative, avviano startup, organizzano reti informali, sperimentano nuovi modelli, inventano risposte dove spesso le istituzioni arrivano più lentamente.
Ma perché questa energia possa trasformarsi in sviluppo servono ecosistemi capaci di riconoscerla: servono competenze, regole comprensibili, accesso alla finanza, istituzioni capaci di dialogare, formazione imprenditoriale.
E serve anche una nuova cultura del fallimento, della sperimentazione e della valutazione, perché innovare significa inevitabilmente provare — e qualche volta sbagliare. L’importante è trasformare ogni esperienza in conoscenza.
EYES: quando una Virtual Exchange diventa uno spazio politico e sociale reale
È proprio qui che emerge il valore del progetto EYES. Una Virtual Exchange non è semplicemente una videoconferenza internazionale: quando funziona davvero, diventa uno spazio nel quale persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza possono mettere a confronto modelli economici, problemi, soluzioni e visioni del futuro. Nella Sessione 12 abbiamo visto dialogare Europa e Africa, ascoltato giovani e istituzioni, confrontato economie formali e informali, parlato di solidarietà ma anche di impresa, di comunità ma anche di mercato, di inclusione ma anche di sostenibilità.
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più potenti della cooperazione Erasmus+: non produrre risposte identiche per tutti, ma creare luoghi nei quali imparare a formulare insieme domande migliori.
La domanda che portiamo via dalla Sessione 12
Alla fine rimane una questione, forse la più importante di tutte: che cosa accadrebbe se smettessimo di considerare la Social and Solidarity Economy come una piccola economia alternativa e iniziassimo a considerarla come uno dei possibili motori della nuova economia?
Un’economia nella quale il profitto non scompare, ma dialoga con l’impatto. Nella quale l’impresa non rinuncia alla propria capacità di crescere, ma ridefinisce ciò che significa creare valore. Nella quale innovazione, sostenibilità, occupazione e inclusione non sono obiettivi separati, ma facce della stessa medaglia.
Per noi di Stella Marina APS, la Sessione 12 di EYES lascia soprattutto questa consapevolezza: non abbiamo bisogno soltanto di più progetti sociali, ma di progetti migliori. Non abbiamo bisogno soltanto di iniziative capaci di partire, ma di organizzazioni capaci di continuare. Non dobbiamo soltanto finanziare attività, dobbiamo costruire ecosistemi capaci di generare cambiamento duraturo. E forse dobbiamo finalmente avere il coraggio di pronunciare insieme tutte le parole che compongono questo paradigma: Social, Solidarity, Economy, Entrepreneurship.
Perché la solidarietà senza sostenibilità rischia di esaurirsi. L’impresa senza responsabilità rischia di lasciare indietro le persone. Ma quando impatto sociale, capacità imprenditoriale e sostenibilità economica riescono realmente a incontrarsi, allora possiamo iniziare a parlare di trasformazione.
Ed è precisamente quella trasformazione che i giovani di Italia, Spagna, Grecia, Turchia, Camerun, Gabon, Ghana e Nigeria stanno provando a immaginare insieme, attraverso EYES: non un’economia sociale destinata a rimanere ai margini, ma un’economia capace di cambiare il centro.
EYES – Empowering Youth Erasmus+ Virtual Exchange for Active Citizenship and Social Inclusion Stella Marina APS – Italian Partner Co-funded by the European Union.
